Un incontro inaspettato, che ha portato a un libro davvero sorprendente. Quest’ultimo si intitola Sir Oliver Skardy – biografia legalizzata dal poeta venessian, dai Pitura Freska a oggi. I protagonisti sono Gaetano Scardicchio, in arte Skardy, già fondatore e front-man del gruppo reggae veneziano e ora solista, e Marilena Ferrara, editor e grafica, che ha raccolto le memorie del musicista di Pin Floi. Li abbiamo incontrati a nel centro culturale Django di Treviso, in occasione di una delle presentazioni del volume.
Marilena Ferrara, come è successo che hai scritto libro su Skardy?
È stata un’idea nata dall’editore, perché Skardy è stato nostro ospite per la presentazione dell’Insultario Veneto, che è un altro libro appunto dell’Editorale Programma, dove lui è stato l’ospite da consultare per il dialetto veneto. Da lì è nata un’idea, in realtà di collaborazione comune, perché lui era comunque interessato a scrivere una biografia in vista del tour che ha fatto la scorsa estate.
Come è stato organizzato il lavoro per il libro?
Abbiamo fatto delle interviste serali, ci siamo trovati a casa del suo manager Luciano Fricchetti Trevisan. Avevo comunque una traccia di qualche pagina di tutta la storia sia dei Pitura che di Skardy da solista e quindi ho seguito quelle. Poi ho sono andata avanti con la stesura, ma ovviamente sempre confrontandomi sia con Skardy che con il suo manager.
Skardy è un tipo molto esuberante, come sei riuscita a frenare questa sua irruenza?
No, anzi, è molto timido, molto calmo, posato. In realtà non è esuberante come sul palco, ha proprio due personalità distinte!
Skardy, come è venuta fuori questa idea di raccontarti in un libro?
Beh, quando ti accorgi che storicamente la musica che hai prodotto ha avuto un impatto, è anche giusto raccontarla. La difficoltà più che altro è trovare una soluzione ai problemi. Io con la mia musica ho sempre cercato di criticare le cose che non vanno, però offrire un’alternativa è sempre più difficile, anche perché certe volte le alternative sono semplicissime, ma sono talmente semplici che la gente non le capisce.
Ci racconti un po’ gli inizi dei Pitura Freska?
Nel 1974 avevo 15 anni. Quello che univa i giovani dell’epoca era la musica. Ci venne in mente, vedendo un posto comunale semi-abbandonato, di chiederlo al Comune come stanza prove personale. Anche noi eravamo pervasi dalla musica, quasi tutti suonavano uno strumento o tentavano e ci venne l’idea di chiedere in concessione questo posto per fare delle prove. Lo chiamavamo centro sociale. Quando ci siamo accorti della potenzialità della cosa, oltre alla musica, potevano esserci corsi di teatro e di yoga, abbiamo pensato di aprire questo spazio alla cittadinanza e quindi anche fare feste, concerti, spettacoli. Chiaramente era tutto organizzato a livello culturale, non era assolutamente una questione di lucro, nessuno pensava ai soldi. Quello fu il primo centro sociale d’Italia, prima ancora del Leoncavallo di Milano, gli altri sono venuti dopo. L’esperienza è durata due anni, poi ce lo fecero chiudere e fu riaperto successivamente in via fratelli Bandiera a Marghera, a circa 3 km di distanza. Attualmente esiste ancora e si chiama Rivolta.
La storia che viene raccontata nel libro riguarda principalmente la musica che si ascoltava in quegli anni…
Quello che era passato dal rock and roll era diventato rock fin quasi a diventare, non dico heavy metal, ma quasi. I Led Zeppelin erano un falò per me. Beatles e Rolling Stones erano già vecchi, secondo noi, a quell’epoca. La cosa più significativa è il passaggio dalla musica suonata a mano all’impiego dell’elettronica, che dagli anni Ottanta ha condizionato talmente tanto la musica che al giorno d’oggi addirittura la musica suonata non esiste quasi più perché te la fa il computer, l’intelligenza artificiale e tra qualche anno i musicisti saranno relegati ai margini, come i fotografi analogici.
Tornando all’inizio della tua carriera, quando ti è venuto in mente di cantare in dialetto veneto?
L’idea me l’ha suggerita Bob Marley. All’epoca tutti ascoltavano rock e cercavano di cantare in inglese. C’erano ben pochi che si azzardavano a cantare in italiano. La lingua italiana è differente da quella inglese, che è più rotonda, ha più possibilità di essere modificata musicalmente. Quindi non mi sentivo a mio agio a scrivere in italiano. Quando ho sentito Marley mi sono reso conto che loro non cantavano un inglese perfetto, ma cantavano un inglese dialettizzato. Purtroppo per me, vengo spesso criticato anche dagli ascoltatori della musica che propongo, perché canto il dialetto. Vorrei farvi notare che storicamente il reggae è nato cantato in dialetto giamaicano.
Visto che siamo arrivati alla settimana di Sanremo, parlaci della vostra esperienza al Festival!
A Sanremo noi ci siamo divertiti portando Papa Nero, una canzone provocatoria ma ascoltabile da tutti. Festival era come una grande giostra. Oggi ci ci sono poche vecchie glorie, come Raf e Patty Pravo, ma tutti gli altri sono collegati da un filo comune, sembra il cerchio magico, vengono proposti solo quelli che hanno dalla loro parte chi li spinge a livello discografico e lavora forte sui social. Praticamente gli artisti di oggi sono diventati come i partiti. Nel senso che hanno i segretari, i sottosegretari è tutta gente che lavora per loro per spingere, per pubblicizzare, per mandarli avanti.
Come vedi questo momento per la musica italiana?
Chiaramente non siamo più a livello di musica popolare. Purtroppo il livello culturale è calato, questo è innegabile. Calando il livello culturale, cala anche la produzione musicale, cala l’arte in genere. Al giorno d’oggi abbiamo ben pochi ragazzi che suonano, tanti si affidano ai computer, tanti preferiscono fare i DJ. Purtroppo l’arte viva è quella dello strumento, dal mio punto di vista. So che con le tecnologie si possono fare dei quadri stupendi, si possono fare belle musiche, ma quello che è fatto dalla macchina umana, secondo me, ha una rilevanza più importante.
Siamo circondati da un branco di pazzi furiosi, scatenati! Come ne usciamo? Con l’intelligenza, perché tanto non puoi combattere i depositari delle armi. Bisogna trovare il modo, con l’intelligenza, di disarcionarli da un potere che è addirittura esagerato rispetto a quello che dovrebbero avere.
Infine cosa sta facendo musicalmente ora Skardy?
Sí, vado sempre in giro a suonare, ma lavoro sempre al liceo artistico Guggenheim di Venezia e aspetto di andare in pensione. Mi mancano ancora 7 mesi…

