Nel 75º anniversario della nascita del rock and roll, che per convenzione si data al 1951, a due giornalisti veneti é venuta l’idea di celebrare questo compleanno con un libro – intervista piuttosto originale. Si chiama Vampirock – Parlami di musica. Un viaggio da Elvis ai Maneskin (Callive Edizioni – Media Books). L’intervistatrice é Savina Confaloni, padovana ed esperta di automotive e viaggi, mentre l’intervistato é il veneziano Gió Alajmo, una carriera nel settore spettacoli del quotidiano Il Gazzettino. Tappa trevigiana del tour di presentazioni del volume, la libreria Lovat di Villorba, dove Italiani.it ha incontrato i due autori.
A Savina Confaloni chiedo come si é avvicinata al rock.
Avendo una formazione di musica classica, perché sono diplomata in pianoforte, mi sono avvicinata al rock proprio grazie a Gió e quindi è stato sicuramente un percorso privilegiato, perché lui mi ha insegnato a capire, ad ascoltare, proprio dandomi i punti di riferimento da cui partire, per poi capirlo al meglio.
Come sei riuscita a contenere l’esuberanza dialettica di Alajmo?
Diciamo che alla fine, secondo me, ho cercato di trascrivere quello che poteva essere interessante per tutto il pubblico, perché lui, ovviamente, nei suoi racconti ha uno stream of consciousness che fa tutta una serie di riferimenti che possono essere difficili. Quindi, il libro é una versione semplificata per tutto il pubblico, anche per chi magari non conosce il rock e vuole avvicinarsi a un qualcosa che poi può approfondire. Ovviamente è rimasto fuori tantissimo, ma non tutto.
E come é nata l’idea di questo volume-intervista?
Un libro nato per gioco e che per me era molto importante, perché in tutti questi anni, leggendo e seguendo la carriera di Gió Alajmo, ho sempre notato come lui avesse un punto di vista sicuramente diverso dagli altri, perché raccontava veramente quello che vedeva. Gió, durante i concerti, spesso iniziava giá a scrivere.
Noi giornalisti abbiamo un po’ questa pecca, di vivere gli eventi, poi tornare a casa, di pensiamo un po’, poi li scriviamo. Vogliamo dare il meglio di noi e quindi magari così creiamo delle narrazioni che sono sicuramente molto interessanti, ma che non hanno quella spontaneità che vedevo uscire dagli articoli di Gió, perché lui spesso iniziava a scrivere raccontando l’atmosfera, le suggestioni che anticipavano i live e poi, durante i concerti, catturava ogni istante ed erano questi istanti che secondo me meritavano di essere ricordati in un libro come questo. Il volume è uscito come una chiacchierata a tavola di una cena lunga un mese, più o meno, anche perché Gió, da bravo vampiro della notte, é riuscito a catturare quella che è stata l’essenza dei musicisti che ha incontrato nel corso della sua carriera.
Gió Alajmo, é vero che tua carriera giornalistico-musicale é iniziata per caso in ascensore?
Sì, é un vecchio aneddoto, cioè tutti parlano di me come il tipico giornalista musicale, dimenticandosi che questa era l’occupazione del tempo libero, perché per il resto c’era tutto un lavoro da fare al Gazzettino, dai tempi in cui facevo il cronista, e siccome c’erano i lunghi turni di notte che finivano all’una, tra una telefonata e l’altra mi ero portato una Fender Stratocaster e passavo il tempo, se non scrivevo, a muovere le dita sulla chitarra. Un giorno del 1975 mi sono trovato in ascensore con il direttore, che all’epoca era Lauro Bergamo. Il Gazzettino aveva un ascensore grande più o meno come un tavolo e io avevo comprato, col secondo stipendio, una bella chitarra acustica. Lui a un certo punto mi chiese cosa avessi in quel contenitore. Risposi che era una chitarra e mi domandó se suonassi. “Suonare è una parola grossa, comunque cerco di fare un po’ di cose rock” e lui mi chiese perché non ne scrivessi anche sul Gazzettino. “Non ne scrivo perché su un giornale locale di queste cose non si scrive”. “Ma non si scrive perché non c’è nessuno che lo fa, fallo tu!”.
Ecco, così è nata tutta questa storia e io la sera, finiti lavori di redazione, dove avevo parlato di terremoti, di edifici che cadono e di drammi epici nella città di Venezia, partivo e mi andavo a vedere qualche concerto in giro, scoprendo per esempio un giovanissimo Enrico Ruggeri in un palasport vuoto, che si lasciava trascinare con la barella in palco tutto vestito come una mummia e così abbiamo cominciato a vedere un po’ quello che succedeva e a raccontarlo…
Che rapporto hai avuto con Treviso e quali sono i concerti che ti ricordi in queste zone?
Treviso è una terra fertilissima. All’epoca succedeva di tutto. Treviso è stato un centro spaventoso per questo, perché aveva i mezzi, la voglia e la gente che suonava. Pensiamo soltanto a quante cose di musica sono successe al Palaverde da quando è stato costruito, quanti grandissimi artisti sono passati da lì, ma non solo. Il primo grande concerto che io ho visto, parliamo del 1971, fu proprio il famoso concerto dei JethtoTull al bocciodromo di Treviso, dove si è creata tutta una generazione di fan, per la folla che riuscirono a far entrare per questo concerto, il primo in Italia del gruppo inglese, che faceva da spalla ai Gentle Giant.
Poi, anni dopo, chiesi all’organizzatore Francesco Sanavio, che era un grande impresario di Padova, trapiantato a Mestre: “dovevano esserci 2000 persone, quanti ne hai fatti entrare veramente?” E lui, davanti a un bicchiere e battendomi sulla spalla fa: “Sai quante ne ho messe dentro? 12.000!“. Non so se avete idea di quante siano 12.000 persone in un palasport… In un bocciodromo poi! E questo molti fans se lo ricordano ancora, perché proprio quell’evento gli ha cambiato la vita, perché è stata la prima grande percezione della musica.
Come hai vissuto la stagione la grande del blues in Italia?
Per me é cominciata a Venezia con Guido Toffoletti, ma in realtà è iniziata a Silea, dove c’era la casa di un batterista molto bravo, e lì si è formata la prima vera band di blues italiano, c’era anche Tolo Marton e un sacco di musicisti, che poi continuano ancora a gravitare nell’area del trevigiano, come Stefano Zabeo che é veneziano, ma vive a Paese.
Lì si è creato il nucleo dei primi giovani musicisti che erano a contatto con i giganti della musica, perché con Toffoletti arrivavano a suonare Dick Heckstall Smith dei Colosseum, Paul Jones di Manfred Mann. Guido andava in giro con Keith Richards dei Rolling Stones, quando veniva a Venezia. C’era tutto questo movimento di ragazzini, tra cui il batterista 19enne Max Iannantuono, che mi pregava di portarlo ai concerti di Tullio De Piscopo che era il suo idolo.
Un giorno gli arriva una telefonata che diceva “Vieni subito a Vicenza, perché abbiamo un problema, c’è Alvin Lee che ha litigato col batterista, che se ne è parlato a Londra. Ci serve un batterista”. E lui è corso e il fonico gli ha insegnato a fare i pezzi del batterista, perché lui non aveva mai sentito Alvin Lee in vita sua. E cosí si è fatto un tour di tre date in Italia, seguendo uno dei più leggendari chitarristi del periodo di Woodstock.
Nel libro si racconta anche un evento epocale per il rock in Italia, i Pink Floyd a Venezia…
Quello me lo sono vissuto in quel 1989 e il ricordo parte da molto lontano: in realtà la storia comincia molti mesi prima a Verona, dove i Pink Floyd avevano deciso di suonare. Loro amavano i luoghi storici, dopo Venezia andarono alla reggia di Versailles, a Parigi, e volevano andare a suonare davanti alle piramidi a Giza, al Cairo, ma lí non ci sono mai riusciti. E Venezia fu la grande offerta che gli fece dire “Va bene, facciamolo in Italia, l’idea ci piace, siamo disposti anche a pagare noi per le spese per farlo lì e registrare tutto quanto. Ma prima di Venezia ci fu l’Arena di Verona. A maggio dovettero fare tre concerti all’Arena, smontando letteralmente tutto il palco per mettere il loro che era una specie di condominio nero dove succedevano tante cose, era un palco straordinario.
Mi ricordo che mi sono detto “Ma Venezia… e quando?” Pensavano di farlo su un palco sull’acqua il giorno del Redentore, l’ultima festa veneziana pura, “andate a rovinare anche quella, non ve lo faranno mai fare”. C’era Marco Balich, che oggi è diventato famosissimo perché organizzatore, scenografo e regista delle cerimonie olimpiche principali, anche quella invernale di quest’anno. All’epoca era un collaboratore di Fran Tomasi. Lui mi disse “andremo a Venezia, abbiamo già parlato con i politici” ed io gli risposi con queste parole “Guardate, a Venezia non ve lo faranno mai fare e se ve lo faranno fare, vi lasceranno nel guano un attimo prima”. Il che è esattamente quello che è successo. La storia del concerto di Venezia è la storia di un grande suicidio che la città di Venezia, nei suoi organi dirigenti, ha condotto passo dopo passo facendo tutte le scelte sbagliate.
Sei stato anche uno degli ideatori del premio della critica a Sanremo, giusto?
Sì, di fatto è così, tutta colpa di Claudio Villa. Sono andato a Sanremo per la prima volta nel 1978. Ho vissuto 40 edizioni di Sanremo e all’epoca il festival non aveva neanche le riprese televisive in diretta, cioè non se lo filava letteralmente nessuno. La RAI trasmetteva solo una sintesi della finale e il resto passava per radio. L’organizzatore era Gianni Ravera, che conoscevo perché era anche patron di un’altra mostra internazionale di musica leggera al Lido di Venezia, l’equivalente pop della mostra del Cinema, dove portava gli artisti che avrebbero poi dominato il mercato da ottobre fino all’estate. Ravera mi invitó a venire a Sanremo, che cercavano di rilanciare.
Ero un anti-sanremese, cioè avevo visto tutte le edizioni fino agli anni ‘60, ma poi basta, perché noi eravamo la generazione rock e Sanremo era il nemico. Come giornalisti in sala stampa eravamo quattro gatti, la stanza aveva sei-sette macchine da scrivere gigantesche e delle telescriventi e si mandava un pezzo che sarebbe stato letto due giorni dopo sui giornali. Oltretutto era pure particolarmente noioso, l’unica cosa che accadde fu che non volevano piú far partecipare Claudio Villa, perché Ravera cercava di fare tutto un altro mondo sanremese con i cantautori, i cantanti giovani, le nuove leve. Lui ci andò davvero e fu bocciato dalle giurie. Piantò un casino spaventoso, devastando lo studio di Ravera e urlando sulla malafede delle giurie.
Allora con tre colleghi provammo a fare un sondaggio tra i giornalisti con dei foglietti. Il risultato fu che la canzone più apprezzata era quella di Mia Martini (E non finisce mica il cielo). Cosí decidemmo di creare un premio della critica e l’idea fu talmente apprezzata che l’anno dopo continuammo premiando i vincitori con delle targhe d’argento.
Era il 1982; ora a votare sono tutti i giornalisti della sala stampa dell’Ariston, che ormai arrivano 500 persone. Il festival per me oggi è diventato un altro gioco, da quando sono arrivati i social, perché tutti in Italia ne scrivono, poi i dischi non si vendono praticamente quasi piú. Tutti vanno sulla musica che si consuma e che non si ascolta di fatto più. E’ diventato quasi un rumore di fondo, dove molti non sanno neanche quello che sta stanno ascoltando, perché gli arriva dalla playlist gratuita ed è un fatto criminale, perché poi di fatto tutta l’arte sta sparendo.
La nostra generazione si trovava con gli amici, suonava, faceva dei gruppi musicali, cercava di studiare le cose ed era un modo di stare insieme. Poi è cambiato tutto. Sono arrivati i videogiochi, i telefonini, tutte le altre cose e le nuove generazioni si sono spostate su altri interessi. Ecco, questo è molto triste, ma fa parte della vita.
La tua carriera è raccontata anche da un archivio fotografico dove hai riportato in immagini i concerti e gli incontri più importanti…
Sì, ma non sono un fotografo, perché oltre a scrivere e prendere appunti, cercavo solo di fotografare, anche per rivedere dopo e capire, ricordarmi che cosa avevo visto. Quindi sono immagini prese non con l’occhio del fotografo, ma con la visione del cronista, cercando che ognuna mi ricordasse un momento, una parte del concerto, un qualche cosa che mi aveva colpito. Ho un archivio che credo abbia 40.000 immagini di tutto quello che io ho visto con una macchina fotografica in mano, riprese con tutti i mezzi possibili, cioè dal telefonino alla reflex, dalle portatili, a quello che riuscivo a far passare. Le prime credo che risalgano a Neil Young all’Arena di Verona negli anni ‘80.
Ci sono dei concerti o degli artisti che hai perso e che avresti voluto vedere e sentire?
L’unico che ho dovuto recuperare da filmati é Jimi Hendrix, perché lui è morto nel 1970 e quando è venuto in Italia non lo conosceva nessuno e io ero troppo piccolo per andare a fino a Roma. E sarei stato molto curioso di vederlo attivo ai giorni nostri!

