L’intervista con Tommaso Genovesi inizia e finisce proprio con il nome del suo nuovo lavoro discografico: Guardando oltre, appunto. Uno sguardo rivolto con positive sonorità, quello del musicista, classe 1959, siciliano di nascita, ma che vive da oltre quarant’anni in Veneto, a Mestre. Qui, ma non solo, come vedremo, è conosciuto ed apprezzato come jazzista sincero e di talento. Pianista autodidatta, ha poi approfondito lo studio del nobile strumento con maestri del calibro di Franco D’Andrea, John Taylor e altri. Nella sua lunga attività concertistica si è esibito sia come accompagnatore che come leader di propri gruppi, in molti locali e festival, collaborando con musicisti jazz nell’area del nord-est, come Lanfranco Malaguti, Marc Abrams, Maurizio Caldura, Piero Odorici, Enrica Bacchia, Francesco Bearzatti, Saverio Tasca, U.T.Gandhi, Danilo Gallo, David Boato, Elena Camerin, Mark Murphy e Jay Clayton, solo per citarne alcuni.
Ama fondere jazz contemporaneo, sonorità mediterranee, rock e funk e ha pubblicato diversi album, tra cui Open Spaces, Encounters, Never Knows e Night Funk. I suoi lavori hanno raggiunto tutta la penisola, grazie alla label veneziana Caligola Records, per la quale ha da poco pubblicato “Guardando oltre”. Anche per questa incisione la sua dimensione è il quartetto, declinato nel corso del tempo in varie formazioni, l’ultima delle quali con Alberto Vianello al sax tenore e soprano, Marco Privato al contrabbasso ed Emanuel Donadelli alla batteria. Le sette composizioni di “Guardando oltre” sono «Red Area», «Autumn Dance», «Guardando oltre», «Smell of Spring», «Nakba», «Ornette» e «Giulio», tutte firmate dallo stesso autore, che abbiamo incontrato in occasione di un concerto nella Marca Trevigiana, a Fontanelle.
Tommaso Genovesi, partiamo da come andò che iniziasti a suonare il piano e dall’approccio con il jazz?
Le due cose sono collegate, perché ho scoperto l’amore per il jazz già iniziando a suonare, soprattutto perché ho cominciato da autodidatta, quindi successivamente ho approfondito delle cose, ma sostanzialmente ho imparato a suonare a orecchio. Ascoltavo musica con grande curiosità, nella mia adolescenza, tramite un meraviglioso programma radiofonico Rai degli anni Settanta che era Per voi giovani, con Giaccio e Cascone, dove c’erano rock, cantautorato e anche jazz. Scoprii quindi questo genere attraverso quel programma e le sonorità mi incuriosirono molto chiaramente, anche perché erano molto diverse da quelle del rock, molto più affascinanti, con accordi più difficili, con atmosfere più misteriose. Posso quindi dire di aver scoperto il jazz avvicinandomi per imitazione, prima suonando l’organo e poi il pianoforte. Mi sono anche tuffato nella storia del jazz andando in biblioteca a leggere dei libri, per capire come si era sviluppato. Dopo qualche anno ho smesso di suonare l’organo e la musica da ballo e ho cominciato a suonare il piano e il jazz.

Venendo a oggi, è recente l’uscita del nuovo album, che continua sul filone delle cose che piace fare a te, è corretto?
In pratica è una continuazione delle esperienze precedenti e soprattutto dell’ultimo disco, Open Spaces, del 2020. C’è lo stesso quartetto (ormai è più o meno una decina d’anni che suoniamo insieme), siamo abbastanza affiatati e c’è un suono amalgamato. Comunque scrivo musica da molti anni, quindi c’è un collegamento e una coerenza stilistica nel modo di sviluppare i brani. Alcuni sono con improvvisazione più informale, altri più legati alla struttura, ma comunque lo stile è lo stesso, a metà fra quello europeo e quello americano. Diciamo che prediligo molto le melodie e questa è la cosa che forse caratterizza di più il jazz europeo.
Nel recente concerto di Fontanelle hai condiviso il palco con due giovani; ti piace andare a scovare talenti?
Per quanto riguarda la cantante, Manuela Marini, quello delle voci femminili è un amore che ho da tanti anni: oltre al jazz strumentale con i miei quartetti, ho sempre avuto in parallelo dei gruppi con delle cantanti. Mi piacciono le canzoni e gli standard americani e mi piace proprio lavorare con la voce e con cantanti. Anche perché con i cantanti si riescono a fare anche delle cose collaterali, come brani di soul, di musica leggera e italiana, arrangiati in maniera originale.

Tornando alle incisioni, tu lavori con una storica etichetta locale, quanto è importante?
Caligola di Venezia, che ha fatto tante cose, anche concerti, è davvero un nome storico qui da noi, oltre che come associazione culturale, organizzatore di concerti che hanno dato tantissimo al territorio. Ho avuto la fortuna di vedere tanti concerti organizzati da loro e da Claudio Donà in particolare. Operano ormai da decenni anche come etichetta discografica, hanno tanti dischi in catalogo, hanno aiutato molto i jazzisti del nordest e io mi sono sempre trovato bene con loro, per cui ormai questo è il mio quarto disco che faccio con Caligola. Quindi non posso che ringraziarli per quello che hanno fatto e condividono.
Venendo alla musica dal vivo, che difficoltà si incontrano a suonare rispetto al passato?
Ho ormai un bel po’ di esperienza e mi ricordo che parecchi anni fa c’erano molti più locali e molta più gente che veniva ai concerti, soprattutto molti più giovani. Adesso di locali ce ne sono molti meno, c’è meno pubblico e paradossalmente l’offerta musicale è qualitativamente molto più alta. Questo perché la musica si studia molto di più, ci sono tante scuole, tanti conservatori, che hanno fatto sì che negli ultimi 20 anni venissero fuori molti musicisti, preparati, bravi e giovani. Di conseguenza è difficile, perché siamo in tanti che vorremmo suonare, tanti con progetti interessanti, nuovi e freschi, però non c’è spazio; è un un po’ una guerra tra poveri e i cache sono sempre più bassi. Ma nonostante tutto qualcosa si riesce a fare! Devo anche dire che, sentendo colleghi di altre regioni, comunque nel Veneto pare che siamo messi meglio degli altri.

A proposito, la tua realtà non è solo il Veneto, perché suoni anche in Sicilia…
Sì, faccio qualcosa anche in Sicilia, perché ho un gruppo con cui suoniamo brani originali con un chitarrista di Noto (il mio paese di origine), dove ritorno quando posso. Questo chitarrista si chiama Francesco Rubino e anche lui scrive brani originali e con il gruppo che abbiamo suoniamo abbastanza e facciamo improvvisazioni. Abbiamo fatto anche un disco due anni fa con una etichetta indipendente di Modica, che si chiama Isola Factory e ne abbiamo in programma anche un altro. Adesso stiamo preparando altri brani e devo dire che ogni volta che vado giù, in genere riesco a suonare molto, soprattutto d’estate, perché c’è più movimento, più possibilità, visto che le stagioni turistiche sono abbastanza affollate e ci sono tanti spettacoli in giro.
Guardando oltre e concludendo, cosa c’è nel futuro di Tommaso Genovesi?
Che devo dire, il futuro è che a me piace suonare. Cerco di andare avanti così, come l’ultimo lavoro, che rappresenta il mio stato di maturità attuale ed è un po’ la sintesi di tutte le cose che ho immagazzinato e che sono riuscito a comprendere e a fare nella mia vita musicale. Poi cerco di scrivere nuove cose, andare avanti e avere progetti nuovi. Vediamo un po’ quello che succede. Sono fiducioso nel futuro perché non mi fermo. Guardando oltre!
(Foto di copertina di Diego Landi)



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