Gallerie delle Prigioni: una mostra sul legame con la terra - itTreviso

itTreviso

ARTE NEL MONDO TREVISO

Gallerie delle Prigioni: una mostra sul legame con la terra

Copertina

Torna puntuale in questi giorni l’assegnazione dell’importante premio Carlo Scarpa, quest’anno alla sua trentesima edizione. Quest’anno al premio, che è promosso dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche, nonché alla sua mostra documentaria, si affianca un’esposizione di arte contemporanea dal titolo The Ground We Have in Common. Entrambe trovano luogo quest’anno alle gallerie delle Prigioni, in pieno centro storico.

Ingresso alle Gallerie delle Prigioni

I giardini del tè di Dazhangshan

Il prestigioso premio Scarpa mira alla valorizzazione e tutela del paesaggio, in particolare del giardino contemporaneo, ponendo di anno in anno l’attenzione su un luogo naturalistico specifico denso di storia e di cultura, di memoria e di inventiva. Quest’anno la scelta è ricaduta sui giardini di Dazhangshan, nella contea di Wuyuan nella Cina meridionale, il cui paesaggio è fortemente riconoscibile dalle dolci colline disegnate dalle piantagioni ordinate di Camellia sinensis, la pianta del tè. Il piano terra delle Gallerie delle Prigioni ospita un percorso espositivo dedicato proprio a questo ambiente, aprendoci gli occhi su una cultura nuova e affascinante. Proprio in quella parte della Cina il tè riscopre le sue origini più antiche e le fattorie che oggi lo coltivano (con il rigore imposto dall’agricoltura biologica), riunite da tempo in una associazione, si impegnano a mantenere il delicato equilibrio tra la natura e la cultura umana. Questa realtà veicola anche un messaggio positivo e propositivo in un Paese come la Cina che sta affrontando numerose problematiche a livello sociale e ambientale.

Un assaggio di tè dei giardini del Dazhangshan

Curiosità sul tè, pianta antichissima

In Cina si coltiva il da più di duemila anni. Inizialmente veniva utilizzato come offerta religiosa sacrificale o addirittura come cibo o farmaco, mentre dal III secolo d.C diventa una bevanda man mano più popolare. Furono proprio i cinesi a scoprirlo nella zona dell’Himalaya e a importarlo nei loro territori, in particolare nel cosiddetto triangolo verde formato dalle province di Zhejiang, Fujian e Guizhou, al cui centro si trova proprio Wuyuan. 250 famiglie curano le coltivazioni di Dazhangshan, per un’area di quasi 10 mila ettari, che si estende tra i 300 e i 1000 metri. Il tè che beviamo è frutto di lunghi e storici processi di coltivazione, raccolta e preparazione che ci restituiscono una bevanda dagli innumerevoli usi e di grande valore culturale. Tutto questo racconta l’esposizione al piano terra delle Gallerie delle Prigioni, che raccoglie materiale grafico, video e fotografico. All’ultimo piano invece, a conclusione del percorso, agli ospiti dell’inaugurazione gli organizzatori hanno offerto una tazza di tè prodotto in quei luoghi. Perché un territorio e i suoi prodotti devono anche essere assaggiati per essere conosciuti!

L’artista Christiane Löhr descrive le sue opere a Luciano Benetton

The Ground We Have in Common

A questo racconto la Fondazione Benetton e le Gallerie delle Prigioni, grazie alla curatela di Nicolas Vamvouklis, hanno voluto legare una mostra d’arte contemporanea che rifletta, con i mezzi artistici, sui valori tutelati ed espressi dal premio Carlo Scarpa. L’esposizione prende il titolo The Ground We Have in Common e vuole indagare proprio il rapporto dell’uomo con la Terra e l’ambiente naturale in cui viviamo. Con questo scopo sono stati selezionati dodici artisti contemporanei, che hanno restituito il tema secondo la loro personale prospettiva e attraverso diverse tecniche. Nell’invitarvi a scoprirli con i vostri occhi, ne citeremo soltanto alcuni. Le sculture delicate di Christiane Löhr, realizzate con elementi naturali come sottili rami e semi di pioppo, cattedrali naturali in miniatura che ci ricordano che la natura sa essere fragile nei confronti dell’azione aggressiva dell’uomo. Aumentando di scala c’è la grande installazione di Michele Spanghero, realizzata con travi di legno utilizzate come vettori per la propagazione delle vibrazioni sonore diffuse nel legno da due traduttori. L’invito è di toccare la matericità del legno e di appoggiarvi l’orecchio per stare in ascolto. E poi la reinterpretazione digitale di un rotolo cinese realizzata da Cao Yuxi e i frutti di cera di Raffaella Spagna e Andrea Caretto, sculture scure delle 105 varietà di mele del Piemonte, che rischiano di scomparire a favore delle monoculture.

Non vi resta altro che andare alle Gallerie e scoprire tutte le opere esposte: avete tempo fino al 30 giugno!

Gallerie delle Prigioni: una mostra sul legame con la terra ultima modifica: 2019-05-13T18:03:57+02:00 da Giorgia Favero

Commenti

Promuovi la tua azienda in Italia e nel Mondo
To Top