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Eugenio Manzato racconta arte e cultura a Treviso

Eugenio Manzato

Giovedì 4 luglio alle 18, nel museo di santa Caterina a Treviso, presentazione del secondo volume del catalogo della pinacoteca civica, dedicato alla pittura rinascimentale e barocca.
L’opera è a cura di Sergio Marinelli ed Eugenio Manzato.

Pincoteca

ItTreviso ha invitato proprio quest’ultimo a raccontarci il suo punto di vista culturale sul capoluogo della Marca. A 75 anni Eugenio Manzato ha la vitalità di un ragazzo. A Treviso è un  istituzione: chi si occupa di cultura in città ne ha sicuramente sentito parlare almeno come direttore del museo civico. Ma la sua carriera inizia con l’insegnamento (lettere, in una scuola media di Zero Branco).

Un’esperienza che Eugenio Manzato definisce formativa, come una seconda università, perchè professore?

Perchè i ragazzi mi hanno dato la sveglia, di fronte alle mie spiegazioni una volta uno studente se ne uscì, i tempi erano così, dicendomi “eh professor, mi go na montagna de raicio che me speta co torno a casa”. Da lì ho capito quello che poteva essere utile a loro. Mi sono reso conto che, al di là di tutto, quello che era importante, quello che potevo trasmettere, era la possibilità di dare forma ai loro pensieri per poterli esprimere. Questo deve fare un professore di italiano.

Santa Caterina, sede delle collezioni civiche
L’esterno del complesso di Santa Caterina

Poi la sua carriera ha preso la strada dei musei civici trevigiani…

Sì, per oltre 21 anni ed è stata una bellissima esperienza, perchè anche lì sono cresciuto tantissimo. Dopo le medie ho insegnato storia dell’arte all’università. Guadagnavo di più e lavoravo di meno, ma nel momento in cui ho vinto il concorso per il museo, ho preferito quest’ultimo, perchè c’erano le opere, anzi il contatto anche fisico con le opere. E c’era tutto quello che si poteva fare attraverso le opere. Era come se non avessi mai lasciato la scuola media. Anche attraverso le opere che sono conservate nei musei ed il patrimonio storico-artistico, si creano dei Cittadini. Tutto contribuisce a farci crescere, a darci coscienza del mondo in cui viviamo e della nostra cultura.

C’è poi una cosa unica in Italia che lei ha contribuito a valorizzare, la Collezione Salce. ce lo racconta?

Certo, per me la collezione Salce all’inizio è stato un problema, nel senso che non ero preparato… cos’erano i cartelloni, ma chi erano i cartellonisti? Sono allievo di Rodolfo Pallucchini, che era un famoso storico dell’arte e di quella veneta in particolare, che nel 1948 la Biennale di Venezia affidò a lui, che non era esperto di arte contemporanea, cinque edizioni dell’esposizione. Lui le affrontò mettendo soprattutto molto ordine nelle cose.
Andai a chiedergli consiglio e quasi mi rimproverò, ricordandomi che quello che mi aveva insegnato come metodo storico e filologico serve sempre e che dovevo affrontare questi cartellonisti come degli artisti, ricostruendo i loro percorsi. E così ho fatto, studiando tutto quello che c’era da studiare, perchè non si finisce mai di imparare e così ho costruito una mia cultura anche sui manifesti.

Alcuni manifesti della collezione Salce
Un’esposizione della collezione Salce

Ma è stato soprattutto un discorso di valorizzazione, sono stato anche fortunato: erano gli ultimi vent’anni del secolo scorso, c’erano ancora risorse. Avevo dei fondi per fare queste cose e ho imparato lì che se hai un buon progetto i soldi li trovi.

Una parentesi nel privato: negli anni scorsi è finito alla ribalta della cronaca anche per il suo “outing”, è stato difficile per lei?

Non ho mai esibito la mia omosessualità, ma non l’ho nemmeno mai nascosta. Ho un compagno da 42 anni e mi sento di aver fatto una vita assolutamente normale. Quando abbiamo fatto l’unione civile avevo quasi settant’anni, cosa avevo da perdere anche nel renderla pubblica? Dato che sono di Quinto e che so che anche lì c’erano dei giovani omosessuali che “stavano nascosti”, quella mia e del mio compagno è stata la prima unione civile in quel Comune, ho voluto dare un segnale, anche pubblico, con questa unione e sono stato ringraziato per aver aperto questa strada ad altri.

Tornando al lavoro, continua nelle sue attività, per esempio tenendo conferenze, di cos’altro si occupa ora Eugenio Manzato?

Si sta realizzando un progetto, “Treviso, un museo in forma di città”, un luogo che ha ancora un suo disegno, chiusa nelle mura con delle case che partono dal medioevo, con facciate affrescate eccetera. Una specie di museo all’aperto, dove all’interno ci sono tutti questi bei musei, che si vanno riallestendo. Pensiamo al Bailo, al Salce, alla pinacoteca, al museo diocesano, al nuovo museo delle Carceri, grande regalo alla città dei Benetton, alla chiesa di san Teonisto. Dobbiamo essere orgogliosi di tutto questo e continuare. Abbiamo poi una storia di grande valore, pensiamo al Trecento ed a Tommaso da Modena, che a Treviso ha la maggior parte dei suoi affreschi o per il Novecento allo scultore Arturo Martini, con 150 opere. Insomma Treviso ha tanto della sua grande cultura da valorizzare e proporre al mondo.                                        

Gigi Fincato

Autore: Gigi Fincato

Veneziano, giornalista professionista e dj. Ha lavorato per anni nell’emittenza radio-televisiva locale, come speaker a radio Venezia e a radio Base Popolare Network, e come redattore delle tv Antenna Tre di Treviso, Diffusione Europea di Padova e del quotidiano Il Gazzettino di Venezia. Attualmente si occupa di formazione professionale per la scuola Buzzati dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto e scrive per alcune testate online.
Eugenio Manzato racconta arte e cultura a Treviso ultima modifica: 2019-07-02T09:00:07+01:00 da Gigi Fincato

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